Salute 2.0 - Social Media e Sanità

L’empowerment del cittadino-paziente rivoluzionerà il mondo sanitario?

Il fantasma delle tecnologie per una società accessibile e includente

Scritto da Domenico Tosello su 29 Luglio 2010

blog-disabili.pngNell’ultimo rapporto ISTAT sulla disabilità in Italia si parla finalmente di “nuove” tecnologie della comunicazione e dell’informazione ma è praticamente assente il tema di quanto la tecnologia mette a disposizione per migliorare la qualità di vita dei cittadini disabili: protesi, ausili, tecnologie assistive, domotica, servizi e-care, ecc.
Come scrivo nel blog di Disabili.com, a fronte Aziende Sanitarie, Sistemi Sanitari Regionali e politici che si ostinano a vedere gli ausili come una mera spesa, una “voce di costo” da limitare o ridurre e non sanno/vogliono vedere i “costi sociali” dell’ausilio scadente o assente, della mancata produttività dei non occupati ecc. sarebbe ora di cominciare a ragionare in maniera sistemica e far vedere all’opinione pubblica, alla politica, alla sanità e al mondo economico che investire in una società accessibile e includente significa non solo rispondere ai diritti di cittadinanza di che ha qualche disabilità, ma significa anche sviluppare un tessuto economico – biomedicale, edilizia, turismo, servizi - e renderlo più produttivo e sostenibile per tutti.

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Un premio per l’umanizzazione delle cure

Scritto da Domenico Tosello su 15 Luglio 2010

cittadinanzattiva.jpgValorizzare una sanità più umana e rispettosa della dignità delle persone e mettere in rete le buone pratiche già esistenti è l’obiettivo del Premio Andrea Alesini 2010 per l’umanizzazione delle cure promosso dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, in occasione del suo trentesimo anno di attività.Come emerge dall’ultimo Rapporto PIT Salute dell’associazione, i cittadini lamentano troppo spesso di essere presi poco in considerazione durante il percorso di cura, di essere ascoltati con disattenzione e trattati con mancanza di rispetto. Con l’effetto finale di vedersi abbandonati e lasciati soli nella malattia. La carenza di umanizzazione è un tema forte anche nelle segnalazioni dei sospetti errori medici: spesso questi non si rivelano casi di malpractice ma sono il frutto di una cattiva comunicazione e di un rapporto conflittuale tra cittadini e personale sanitario.

Il Premio Alesini 2010 intende valorizzare come buoni esempi le iniziative sull’umanizzazione delle cure destinate in particolare a soggetti fragili come bambini, anziani e persone con sofferenza mentale.

Possono partecipare al Bando di concorso le organizzazioni sanitarie pubbliche e private, ospedaliere, territoriali e socio-sanitarie che eroghino direttamente servizi al cittadino.

I progetti devono rispettare i seguenti criteri:

  • presa in carico del cittadino nel percorso di cura;
  • cura della relazione tra professionisti sanitari e pazienti e familiari;
  • comfort degli ambienti e processi organizzativi vicini alle esigenze dei cittadini;
  • trasparenza ed accessibilità delle informazioni e partecipazione civica quale contributo al buon andamento della qualità dei servizi e dei processi organizzativi.

Per partecipare al concorso occorre compilare, entro il 15 settembre, il form online disponibile sui siti web www.cittadinanzattiva.it e www.tribunaledirittimalato.it, inviando inoltre gli eventuali allegati, testo ed immagini, all’indirizzo email premioumanizzazione@cittadinanzattiva.it.

Una apposita commissione valuterà l’ammissibilità dei progetti che concorreranno al Premio finale di 3000 euro, assegnato dalla giuria durante un evento pubblico che avrà luogo nella seconda metà del 2010, in data da stabilire.

Avete qualche esempio da segnalare?

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Il genio, la scienza medica e il ruolo del cittadino-paziente

Scritto da Domenico Tosello su 10 Luglio 2010

foster-wallace-david.jpgIl post 73 “Fine dei miracoli” sul blog Scire di Danilo di Diodoro (che riprende un articolo su The Lancet), mi ricorda tanto la “fine della storia” di Fukuyama: un argomento interessante ma con una tesi discutibile.

Non sono medico, ma qui si fa filosofia della scienza e in un mondo complesso e globalizzato credo che, come occidentali, dovremmo cominciare ad avere maggiore umiltà capacità di relativizzare il nostro approccio culturale anche in questo campo.

Va bene mettere in guardia dai miracolismi e dai venditori di miracoli - e ben venga il metodo scientifico e l’EBM per smascherare gli inganni di approfittatori e il sensazionalismo dei mass media - tuttavia sostenere che la Medicina avanzi SOLO “per piccolissimi passi, per faticosi e lenti miglioramenti che vanno ad assommarsi gli uni agli altri. Niente più eroi” è assolutizzare non solo un metodo scientifico, che ha ANCHE dei limiti, ma soprattutto un sistema di ricerca biomedica - legato ad un sistema economico centrato sulla massimizzazione del profitto - che INVECE fa acqua da tutte le parti.
Parafrasando, ricorda la storiella dell’ubriaco che ha perso la chiave per strada ma la cerca sotto il lampione di casa perché “lì c’è la luce “.

Non voglio fare l’apologetica dell’eroe solitario, ma si tratta di avere semplicemente il senso di quanto ancora la medicina non sa spiegare e di quanto questo sistema di ricerca influenza ciò che viene (o non viene) indagato e può (o non può) venire scoperto, dalla capacità di “vedere” davvero (la Verità con la V maiuscola di “This is water” di David Foster Wallace - nella foto).

E’ comprensibile sostenere realisticamente che non possiamo (non conviene) costruire un sistema di ricerca sperando nel genio di un singolo, tutt’altro è pensare che non ci saranno mai più persone geniali, fortunate, ostinate, o anche semplicemente con un bagaglio e un approccio culturale diverso che sapranno vedere dove gli altri non hanno saputo vedere.
Inoltre, tornando al metodo scientifico, dato che per falsificare una tesi è sufficiente un singolo caso, dal punto di vista scientifico è scorretto affermare che i singoli casi di “genialità” confermano invece che smentire la tesi del dottor Sanghavi.
Certo è ancora presto per dire se il caso del prof. Paolo Zamboni con la sua ipotesi sulla correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla potrà essere l’esempio che smentirà la tesi del dottor Sanghavi - e qui lascio ovviamente la verifica alla scienza medica (con la precisazione però che la scelta di quanto e in che direzione investire dovrebbe seguire criteri più trasparenti e socialmente partecipati) - ma è interessante osservare come, in questo caso, anche su temi così complessi e specialistici i pazienti direttamente interessati non stanno più semplicemente a guardare e a fare il tifo, ma arrivano ad associarsi, approfondire, discutere e porre questioni in maniera molto significativa e centrata.

Per questo alla condivisibile conclusione che “Più è complessa la patologia, più diventa importante lo sforzo congiunto e ben articolato di tante persone che sappiano fare bene il proprio lavoro, che sappiano coordinarsi in un’azione efficace e comune. Specialisti, medici di famiglia, infermieri, riabilitatori, operatori domiciliari, esperti della prevenzione, c’è bisogno che tutti lavorino al meglio, e solo questa azione combinata potrà garantire i migliori risultati al malatoaggiungerei che si deve includere una figura chiave: il cittadino-paziente “empowered”.

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Una salute partecipata per superare la dominanza medica e tecnocratica

Scritto da Domenico Tosello su 8 Luglio 2010

testamento.jpgCon franchezza e passione il commento di un medico di base di Bergamo all’articolo “A piccoli passi verso la sanità digitale” centra alcune questioni essenziali per il sistema salute nel nostro paese.
Capisco la rabbia e condivido le preoccupazioni del dottore e dei suoi colleghi verso la burocratizzazione del sistema, tuttavia ridurre la sanità digitale all’informatizzazione è riduttivo e fuorviante.
E’ vero, la questione della tecnologia è centrale in questa economia e società, e quindi anche nella sanità, e - forse, proprio per questo - poco discussa/messa in discussione ( purtroppo non vedo molti Ivan Illich in giro). Ho diversi dubbi sulle “le magnifiche sorti e progressive” di una società dominata dalla tecnologia, e non provo alcuna simpatia verso i tecnocrati e i tecnofili che – più o meno in buona fede - ne magnificano acriticamente solo le virtù.
Tuttavia, per quanto riguarda la sanità, se si vuole evitare di cadere dalla padella della dominanza medica alla brace di quella manageriale-tecnocratica serve davvero trovare un nuovo rapporto tra gli attori del sistema.
Da cittadino e “abitante della rete” vedo Internet come una tecnologia abilitante, una possibilità (per quanto ancora troppo ipotetica) di ridistribuzione e riequilibrio dell’informazione, della relazione e del potere, rispetto alla classe medica, alla burocrazia italiana e alla tecnocrazia globalizzata.
L’informatizzazione, come sostiene lucidamente Moruzzi, non vuol dire ancora sanità digitale ad alta comunicazione. Ne è un prerequisito necessario ma non sufficiente, sempre che venga progettata e realizzata per riorganizzare le modalità di produzione e distribuzione dei servizi sanitari e sia accompagnata da un forte cambiamento della cultura organizzativa e una massiccia opera di coinvolgimento e formazione a tutti i livelli.
Anzi, in questo periodo sto assistendo in prima persona al cambio del sistema informativo e al processo di unificazione degli applicativi e delle procedure dei nove ospedali dell’AUSL di Bologna e direi che proprio su questi ultimi aspetti si giocano la credibilità e le possibilità di successo della sanità digitale.
L’informatizzazione non porta di per sé ad una riduzione e semplificazione dei processi e una riduzione dei costi. Anzi, senza dubbio c’è il rischio che si possa trasformare in un ulteriore costo per il sistema e uno strumento che amplifica il potere della burocrazia.
Per questo c’è bisogno di una nuova alleanza tra medici e cittadini-pazienti, che rischiano entrambi di pagarne i costi più che ottenerne vantaggi. Ma va costruita su un rapporto più collaborativo e paritario come sta prefigurando in America la Society for Participatory Medicine.
Il cittadino digitale non è e non sarà mai più il paziente di una volta.

Certo, non tutti diventeranno attivisti, come e-patient Dave o lo splendido gruppo, ora associazione, di persone con la sclerosi multipla che si sono attivate (inizialmente su Facebook, guarda caso) intorno alla questione della CCSVI. Ma dall’era di Internet non si torna indietro.

Le nuove generazioni di medici e di cittadini digitali non credo condivideranno che basta “una chiavetta qualunque, di bassissimo costo, appesa al collo dell’utente, nella sua piena e volontaria disponibilità per risolvere il problema” (della sicurezza e della privacy dei dati sanitari).
Non si tratta di enfatizzare “la possibilità di accesso alla propria cartella sanitaria via internet”, ma non si può banalizzare la portata del Fascicolo Sanitario Elettronico del cittadino (FSE) sostenendo che “i Cittadini sono ovviamente in possesso della propria documentazione sanitaria” (fra l’altro, nella mia piccola cerchia di conoscenti, più d’uno ha avuto pessime esperienze di importanti cartelle cliniche “disperse”).

C’è un cambio di paradigma nella digitalizzazione, disponibilità, controllo ed eventuale scelta di condivisione dei propri dati sanitari da parte del cittadino. C’è un senso di appropriazione, partecipazione e responsabilizzazione che può creare una nuova consapevolezza rispetto alla gestione della propria salute, rispetto alla scienza medica, rispetto alla capacità dei sistemi e delle tecnologie sanitarie. O anche per questioni più semplici e quotidiane, come la diversa mobilità nella società odierna, dove è sempre più raro avere un “medico di famiglia” che ti conosce “dalla culla alla tomba”, così come riuscire a conciliare la disponibilità di servizi sanitari coi tempi sempre più stretti del lavoro, della famiglia ecc.
Personalmente ad esempio, mi sono trasferito in Emilia e frequentando il Master sull’e-Health all’Università di Bologna ho avuto da qualche settimana la possibilità di aprire il mio FSE. E’ un Fascicolo ancora vuoto al momento, d’altra parte a stento so come si chiama il “mio” medico, non avendone avuto bisogno in questi ultimi anni. Questo non vuol dire che considero il FSE sostitutivo del rapporto personale medico-paziente, anzi credo possa essere uno strumento estremamente utile ad entrambe le parti e ancora di più lo diventerà nei prossimi anni/decenni. Il cambiamento epidemiologico infatti che sta investendo le società occidentali - aumento delle cronicità, comorbidità, ecc. - comporta un diverso bisogno di cure, di monitoraggio, di supporto e assistenza.

E’ chiaro che non si possono “relegare” le persone ad internet, né espropriarle “della propria dignità e del proprio diritto ad essere ascoltati e visitati”.
Ma su questo punto sta anche ai medici fare qualche mea culpa e liberarsi di qualche coda di paglia.
Quanti temono di condividere note, diagnosi, pareri e cure con altri medici “nero su bianco”, quanti sono capaci di ammettere i limiti della propria scienza e conoscenza, quanti hanno approfondito e sanno utilizzare gli strumenti del web e della medicina 2.0, quanti sanno dire “no grazie pago io” agli spacciatori farmaceutici, quanti credono davvero nella “centralità del paziente”, quanti sono disposti ad ascoltare davvero, discutere ed educare i propri assistiti, a scendere dal proprio piedistallo, a personalizzare e umanizzare il rapporto di cura invece che cedere alle seduzioni/soluzioni del “farmaco facile”?
Certo che non si tratta di appiattire il cittadino al ruolo di mero consumatore, manipolato e manipolabile dai mass media: il problema culturale del “cazzeggio tipo facebook” è frutto di decenni di lobotomia televisiva, non certo di Internet. Anzi, proprio in questo si differenzia la Rete: almeno dà alle persone una possibilità di interazione, un’opportunità di capire ed utilizzare in modo partecipativo, responsabile e costruttivo l’energia comunicativa e relazionale delle persone in rete.
La comunicazione via internet infatti non è necessariamente spersonalizzante ma dipende dalle persone, dalle loro conoscenze e capacità (digitali e non), dall’evoluzione dei loro ruoli e da come decidono di esercitarli.
Un esempio? Quando un medico ha una profonda conoscenza personale di un “suo” cittadino-assistito digitale (e su quel “quando” ci sarebbe molto da dire e ripensare) la mail – o ancor più il suo FSE – può essere un ottimo strumento per inviargli consigli e risposte personalizzate che Google, Medpedia o altre persone in rete non sono certo in grado di offrire. In tal modo si può avere il tempo per dare risposte più ponderate e documentate (sull’interazione tra farmaci, ad esempio), si ottimizza il tempo di entrambi concentrando l’attenzione e la presenza per le questioni di salute più serie e importanti, si potrebbe monitorare e migliorare l’aderenza alle prescrizioni, ecc.
In breve, se usata adeguatamente, la sanità digitale può rafforzare la fiducia e il rapporto personale medico-cittadino.

Per concludere dunque, mi sembra importante separare i piani: un conto è lo strumento tecnologico e la questione del suo utilizzo più o meno finalizzato e concretamente in grado di servire davvero il benessere in senso ampio della persona e della società. Un altro è il piano politico-burocratico e/o l’utilizzo in senso cinicamente utilitaristico/affaristico della salute.
Mentre sul primo si tratta di sperimentare e scegliere in modo condiviso gli strumenti per una migliore sanità – più efficace prima ancora che più efficiente – sul secondo si tratta di esercitare una sana azione di controllo, pressione e cittadinanza attiva. E su questo non posso che ringraziare della testimonianza e rilanciare l’accorato allarme che il medico ha lanciato in rete.

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Tecnologie, società e disabilità. Un blog per tutti

Scritto da Domenico Tosello su 5 Luglio 2010

disabilicom.jpgDa questo mese inizio una collaborazione con Disabili.com, un blog su tecnologia, società e disabilità. In pratica, l’empowerment del cittadino in rete declinato nel sociale, uno sguardo e un dialogo sulla diversità di ciascuno, un interrogarsi sul senso prima ancora che sulle soluzioni.

Obiettivo ambizioso, ma spero utile, è infatti quello di trattare, in modo critico e costruttivo al contempo, la tecnologia - sia essa rete, ausilio, domotica o assistiva - come uno strumento e un’opportunità per costruire una società conviviale e inclusiva.

Caro ti sia l’uomo che viene da lontano. Venera in lui la distanza. La distanza è come un’allusione all’infinito […] Non dimenticare il prossimo a forza di averlo al tuo fianco. Ogni tuo vicino viene da infinite distanze. Non dimenticare mai quanto egli sia strano. Mantieni tra te e lui la distanza di uno sguardo. Chè ci vuole una certa distaza per veder chiaro.” (Lanza del Vasto)

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“Impazzire si può”. Un Forum contro lo stigma del disagio mentale

Scritto da Domenico Tosello su 24 Giugno 2010

logo_impazziresipuo.JPGAl Forum per la salute mentale è stata presentata la Carta di Trieste”, primo codice deontologico della stampa italiana per le notizie in tema di salute mentale. “Si tratta di un codice etico per superare i luoghi comuni che caratterizzano l’informazione che utilizza spesso termini stigmatizzanti e lesivi della dignità umana. Un glossario e un decalogo di buone pratiche giornalistiche e una bozza suddivisa in punti come ad esempio il rispetto della verità dei fatti o l’uso limitato di termini relativi alla psichiatria nelle notizie come “leader politico schizofrenico”, “raptus di follia”.

Ma non si tratta solo di usare le parole “giuste” o “precise”. Si tratta di avere la consapevolezza del ruolo che i media giocano nella complessa realtà della malattia - con gli incroci e le relazioni tra disease, illness esperita e semantica dell’illness, sickness istituzionale e immaginario di sickness (v. il modello-P di A. Maturo) - e soprattutto dello stigma che ancora segna le persone con disagio mentale.

Vale la pena riprendere alcune frasi del documento programmatico del Forum (del 2003):

A partire da una pratica di deistituzionalizzazione vogliamo affermare che cittadinanza e salute sono inscindibili e un deficit dell’una comporta un deficit dell’altra.

In un welfare dei cittadini la persona riprende una parte di diritti e di potere che gli erano stati tolti o che aveva dato in delega alle istituzioni-mercato. La persona è bene pubblico e fondamento delle istituzioni pubbliche e comincia ad affrancarsi dalla schiavitù dei consumi e richiede indietro il proprio destino, reso mercato e venduto come prestazione o tecnica.

In un welfare dei cittadini si determina una sorta di “globalizzazione”: la messa in rete del valore della persona, della comunità locale, dell’ambiente, dei prodotti, delle esperienze e dei risultati ottenuti nell’esercitare il diritto ad occuparsi degli altri. Su questo fronte si deve ritrovare il legame tra servizi e comunità.”

“In realtà null’altro che l’elevazione della soglia di responsabilità collettivamente intesa, congiuntamente agita è ciò che questo Forum a tutti vorrebbe proporre, da tanti ottenere.

Ma soprattutto vale la pena leggere e ascoltare le testimonianze - storie, punti di vista, buone e cattive pratiche - di quanto fatto e raccolto in questi anni.

E meditare.

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Assistenza agli anziani. Robots o… “it can be different”?

Scritto da Domenico Tosello su 22 Giugno 2010

robot_paro.jpgParo, il cucciolo di foca,  un” avanzato robot interattivo terapeutico” studiato da un’azienda giapponese “per stimolare i pazienti con demenza” sta sollevando diverse polemiche negli USA sull’eticità di un tale dispositivo medico da 6.000 dollari.

Che i robots possano contribuire a svolgere lavori domestici e facilitare l’assistenza alle persone anziane è un conto - come prospettato, tra l’altro davvero in modo simpatico, da Colin Angle nella TedMed conference - ma è inumano affidare il supporto emotivo a un gadget. Come sostiene Bill Thomas che con la sua Eden Alternative propone una critica radicale dello status quo dell’assistenza a lungo termine e offre un modo creativo per cambiare la “cultura” delle case di riposo, portando la crescita e risate nella vita degli anziani. Una filosofia che però richiede anche cambiamenti fondamentali nel rapporto tra il personale e la gestione, come racconta in questo bel video: The Eden Alternative — Discovering a Life Worth Living from Kavan Peterson on Vimeo.

L’invecchiamento delle società economicamente avanzate è una delle grandi sfide contemporanee e rappresenta una cartina tornasole della nostra capacità  di costruire un futuro umano per tutti, in cui la tecnologia può essere una componente, ma la relazione deve essere il cuore.

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Le Reti dei Medici di Medicina Generale: risorsa chiave della medicina del futuro o nicchia di mercato?

Scritto da Domenico Tosello su 11 Giugno 2010

millegpg.jpgIntegrare la ricerca sperimentale e la pratica clinica, attraverso le Reti dei medici di medicina generale e il Fascicolo sanitario elettronico, ora è possibile. “Le Regioni e le ASL dovrebbero promuovere le reti dei medici di famiglia e stimolare i flussi informativi che queste reti potrebbero generare” sostiene Ovidio Brignoli, Presidente della Fondazione SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) nell’intervista pubblicata sull’ultimo numero di Careonline.

Tra i potenziali usi della Rete per i medici, la ricerca e i pazienti della medicina generale non c’è dunque solo la governance, ma anche “la produzione di informazioni che consentano una lettura dei fenomeni in termini di processo e di esito intermedio di salute e non solo di numero e di costo delle prestazioni”. Tuttavia, oltre la macroscopica “dimenticanza” del non citare una delle prime e più estese reti di MMG - la Rete Sole dell’Emilia Romagna -, l’intervista dal titolo “I nuovi cardini della medicina generale” sembra fondamentalmente una lunga marketta per il Cruscotto GPG (acronimo di General Practice Governance) realizzato da Genomedics e Millennium.

Ora, non ho niente di personale contro questo tipo di applicativi medici, anzi, anche se prima di aumentare la “produttività” del medico e diventare significativi richiedono di “raccogliere in modo sistematico e per lungo tempo una serie di informazioni sullo stato di salute e di malattia nella popolazione che egli assiste”.

Il fatto è che andrebbero evidenziate anche le numerose questioni irrisolte a monte - connettività, disponibilità-volontà di partecipazione dei medici, formazione, condivisione nella scelta di strumenti e obiettivi, ecc. (che a volta finiscono anche sulla cronaca - vedi l’articolo “Veneto e Friuli non pagano i computer ai medici: a rischio i certificati on line” e i relativi commenti di medici e cittadini - segno di una insoddisfazione e incomprensione ormai piuttosto generalizzata tra gli attori chiave del sistema sanitario).

Ma soprattutto, ancora una volta, affrontare il cambiamento epocale del passaggio all’e-health come se fosse una mera questione tecnologica, senza inquadrare il cambiamento culturale, prima ancora che organizzativo, e la necessità di nuovo approccio e rapporto con il cittadino-paziente rischia di diventare un pericoloso boomerang.

Trovo infatti controproducente la poca chiarezza dell’informazione sul nostro sistema salute, così come l’uso strumentale questioni fondamentali come il ruolo dei MMG nella transizione epidemiologica (cronicità, ecc.) e nel processo di deospedalizzazione o banalizzare il cambio di paradigma sotteso alla Rete.

Da questo punto di vista invece, una bella presentazione di Gualtiero Ricciardi al recente congresso “”Sostenibilità, qualità e cure primarie” mette in luce le “Parole chiave per il futuro“: consapevolezza, sistematicità, leadership, sistemi-reti-percorsi, accountability, valutazione, sostenibilità, ricerca.

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La sanità elettronica italiana a macchia di leopardo

Scritto da Domenico Tosello su 18 Maggio 2010

clipped from saperi.forumpa.it

Perché le eccellenze non bastano più. La sanità elettronica a FORUM PA 2010

Il rapporto LITIS, presentato il 25 febbraio scorso all’Auditorium del Ministero della Salute, ha confermato, che la semplice introduzione nelle strutture sanitarie di tecnologia ICT non sempre rende l’organizzazione più efficiente e più capace di erogare servizi di assistenza con il massimo della qualità, della personalizzazione e dell’ampiezza.
Perché la sanità digitale contribuisca a produrre un corretto equilibrio qualità-costi, in un contesto di domanda di salute nuova e crescente, è necessario procedere con una logica di reingegnerizzazione dei processi clinici e gestionali, volta alla creazione di nuovi modelli assistenziali e di organizzazione sanitaria, con la tecnologia che si trasforma da commodity a leva strategica.

Dopo anni di progetti (milionari) che poi non realizzano gli sperati cambiamenti/miglioramenti pratici per i cittadini non so se è più sconfortante o incoraggiante questa presa di coscienza da parte del sistema sanitario. Resta il fatto che con 20 sistemi sanitari regionali diversi…

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Il futuro della medicina parla cinese

Scritto da Domenico Tosello su 14 Maggio 2010

dxy.jpgA non sapere il cinese si rischia la miopia. Faccio ammenda, non so il cinese e a seguire prevalentemente il fenomeno Health 2.0 americano e occidentale non mi ero ancora reso conto degli enormi progressi compiuti dalla Cina nel settore salute.
In realtà, proprio alcuni giorni fa, un manager tornato dopo 12 anni trascorsi a Shanghai mi diceva che la forza della Cina è nel numero. Beh, sembra banale ma… come evidenzia Bertalan Meskó nel suo post, mentre la piu’ vasta community medica USA raggiunge i 110 mila medici, quella cinese raccoglie 1,4 milioni di professional sanitari!
Come reggerà il confronto la medicina, la ricerca e la tecnologia biomedica occidentale?

clipped from scienceroll.com

Medical Community in China
May 7, 2010

In the medical blogosphere, we talk a lot about medical community sites such as Sermo.com, Ozmosis.com or Doctors.net.uk and we always mention these as huge communities. Well while Sermo has over 110,000 physician members, the Chinese dxy.cn has over 1.4 million professionals on its site. It has a blog, a conference site, a pharmacy channel, biomedical business information platform, it covers more than a 100 specialties and offers thousands of jobs…

 

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